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Da Imola all’Irlanda del Nord: il viaggio reale di un allenatore virtuale

  • 7 days ago
  • 3 min read
foto di Andrea Lai
foto di Andrea Lai

C’è qualcosa di incredibilmente umano, e anche un po’ tenero, nella storia di Andrea Lai raccontata da Il Resto del Carlino. Un uomo che da Imola vola fino in Irlanda del Nord per vedere dal vivo il Coleraine, attraversando quella geografia sospesa tra pub pieni di musica folk, campi battuti dal vento dell’Atlantico e stadi piccoli ma intensi, dove il calcio ha ancora un sapore quasi comunitario. Non il Manchester United, non il Milan. Il Coleraine. Una di quelle squadre che, nella vita reale, difficilmente sapresti collocare su una mappa.

Eppure, per lui, non è una squadra qualunque. È la sua squadra.

È qui che il discorso diventa interessante, perché questa non è davvero una storia di calcio. È una storia di legame. Di quelle connessioni strane che nascono quando passi ore, giorni, anni dentro un universo parallelo che a un certo punto smette di essere solo un gioco.

Football Manager ha questa capacità quasi subdola di farti entrare dentro le cose. All’inizio scegli una squadra a caso, magari perché ha un logo simpatico o perché vuoi una sfida difficile. Poi inizi a conoscere i giocatori, a ricordarti chi è lento ma intelligente, chi ha carattere ma non regge la pressione, chi segna sempre nelle partite inutili. E senza accorgertene, quella squadra diventa familiare. Ti appartiene. O forse sei tu che inizi ad appartenerle.

Quando succede questo, il passo che ha fatto Andrea non sembra più così folle. Diventa quasi inevitabile. Perché se hai passato centinaia di ore a costruire qualcosa, a viverla, a soffrirci sopra, prima o poi vuoi vedere se esiste davvero. Se quel posto, quella gente, quello stadio hanno un odore, un suono, una consistenza reale.

Ed è qui che Football Manager smette di essere un videogioco e diventa qualcos’altro. Una specie di palestra narrativa in cui ognuno si costruisce la propria storia. Non guardi il calcio, lo scrivi. E la cosa più affascinante è che spesso queste storie sono più coinvolgenti di quelle vere, perché non hanno vincoli, non hanno inerzia, non hanno passato. Partono da zero e si modellano sulle tue decisioni.

Non è un caso che fenomeni simili stiano emergendo un po’ ovunque, anche in Italia. Basta entrare in qualsiasi community online per trovare persone che seguono squadre norvegesi, islandesi o della terza divisione spagnola con una dedizione che raramente si vede per i club più blasonati. Non è snobismo, è il contrario. È il bisogno di avere uno spazio in cui contare davvero qualcosa, anche se solo virtualmente.

E poi c’è un paradosso che rende tutto questo ancora più potente. Più la squadra è piccola, più il legame diventa forte. Perché non esiste una narrativa predefinita. Non c’è storia da rispettare, non ci sono aspettative. C’è solo spazio vuoto. E quello spazio lo riempi tu, stagione dopo stagione, partita dopo partita. Alla fine, quella squadra non è più un’entità reale o virtuale. È una tua creazione.

A quel punto il confine salta completamente.

E qui entra in gioco anche una nota personale, che forse spiega meglio di qualsiasi analisi il senso di tutto questo. Ho passato oltre diecimila ore su Football Manager, sempre con il Queens Park Rangers. Diecimila ore sono un numero che, scritto così, fa quasi sorridere. Ma tradotto significa anni di decisioni, di stagioni, di vittorie improbabili e sconfitte assurde. Significa ricordarsi nomi di giocatori che non esistono più, affezionarsi a regens come se fossero persone vere, arrabbiarsi per un gol subito al novantesimo come se ti riguardasse davvero.

E la cosa più strana è che, a un certo punto, inizi a crederci. Non tanto al gioco in sé, ma al fatto che quella esperienza abbia un valore reale. Che quello che hai costruito, anche se esiste solo dentro un file salvato, conti qualcosa.

Forse è proprio questo il cuore del fenomeno. Football Manager non ti dà solo intrattenimento. Ti dà una forma di controllo, di espressione, di identità. Ti permette di essere protagonista in un mondo che normalmente puoi solo guardare da fuori.

E allora la storia di Andrea Lai smette di sembrare un’anomalia e diventa, in fondo, una conseguenza logica. Se vivi abbastanza a lungo dentro una storia, prima o poi senti il bisogno di toccarla.

Anche se è nata dentro uno schermo.



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